La seconda puntata. Ottobre 1980, Roma. Cinema Farnese

Da più di un anno sono un proiezionista patentato. Dopo l’abilitazione sono volato via dalla sala parrocchiale e, passando per un locale di borgata, sono approdato qui a Campo de’ Fiori. Dall’atrio del cinema si vede la statua di Giordano Bruno, martire del libero pensiero.

Ha senso che questo cinema sia proprio qui perché è un cinema libero, gestito da un appassionato vero, Gianni, e da sua moglie Nicoletta, per me Zia Nicoletta, cugina di mio padre.

Per un lungo periodo il Farnese è stato a Roma un riferimento per tutti i cinefili più incalliti. Ogni giorno un film diverso, rigorosamente di qualità. La programmazione mensile veniva stampata su un opuscolo tascabile che ogni appassionato portava con sé per pregustare le giornate destinate a compiacere il suo interesse primario.

Frequento l’ultimo anno dell’istituto tecnico industriale e lavoro qui 3 o 4 giorni la settimana. Esco da scuola, salgo sull’autobus, arrivo e mi sbrigo a “montare” il film.

Sì, perché la copia non arriva in due bobine pronte per essere proiettate, ma divisa in parti di circa venti minuti l’una, che devono essere unite nel giusto ordine e poi la sera, al termine della programmazione, di nuovo smontate e messe nelle loro scatole di latta.

La cabina di proiezione non è accessibile dalla sala, ci arrivo passando per un portone a via dei Giubbonari, salgo un piano di scale e attraverso un minuscolo cortile interno dove c’è un  vecchio lavatoio in disuso.

A causa di questo percorso obbligato trascorro poco tempo nell’atrio o in sala; ad ogni intervallo infatti, sarei costretto a compiere questo cammino e non sempre ne ho voglia.

La cabina è ancora una volta il mio rifugio. Da un po’ di tempo non amo stare in compagnia, una strana malinconia è con me in ogni momento, le domande sul senso del nostro vivere e morire sono riflessioni ricorrenti. La ricerca delle risposte un imperativo compulsivo.

Non faccio che vedere film e leggere. Leggo di storia, filosofia, religioni e letterature varie. Credo che sia qualcosa di simile a ciò che Leopardi chiamava “studio matto e disperatissimo”.

Solo la sera preferisco scendere nell’atrio o andare in sala.

A volte osservo la piazza e la sua umanità varia: turisti euforici per il loro soggiorno romano, vecchi camerieri che servono ai tavoli dei bar, anime perse intorno alla statua che  non cercano l’ispirazione per ritrovarsi, ma piuttosto chi venderà loro la dose quotidiana per perdersi ancora di più.

Da un po’ di giorni però è diverso, non c’è il consueto cambio quotidiano di programmazione.

E’ capitato un film che doveva rimanere un intero week end perché era un proseguimento di prima visione, per meglio dire, un film che non aveva avuto il successo sperato ed era finito presto qui.

Gianni aveva deciso di programmare quella pellicola per due o tre giorni.; gli era piaciuta e sperava che piacesse anche al suo pubblico abituale.

I tre giorni erano diventati una settimana, poi due, ed ora siamo alla terza consecutiva.

Entro in sala, mi piace vedere e rivedere le stesse scene in momenti diversi, godermi lo spettacolo con un pubblico differente sia per consistenza numerica che per fascia d’età.  Si riceve un contagio che amplifica le emozioni.

La platea è elettrizzata, il pubblico si diverte e si entusiasma. Ci sono bluesmen leggendari, suore pinguine e una vecchia  Dodge inseguita da mezzo mondo.

La scena che sta passando sullo schermo è ambientata in un tempio battista dove tutti ballano e cantano, James Brown vestito da improbabile prete, indica uno dei due uomini in abito da becchino e Wayfarer  e grida:  “Lui ha visto la luce, lui ha visto la luce!”

E’ passata da poco mezzanotte, chiudiamo la saracinesca, andiamo ognuno per la propria strada.

Raggiungo la fermata dell’autobus notturno, il 446 è appena passato.

Decido di non aspettare mezz’ora  e faccio un giro per Piazza Navona.

Mi piace passeggiare qui tra ritrattisti, musicisti di strada e maghi che leggono la mano a lume di candela.

Incrocio coppie di aspiranti amanti, vagabondi in cerca di un pasto, stranieri persi nella Bellezza.

Ognuno in cerca della propria Luce.

Paolo Di Virgilio

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