La prima puntata. 18 marzo 1978, Cinema Virtus, Roma. Sabato di piombo

Nove di sera. Il contenitore per la cena appoggiato sul proiettore mi consentirà di fruire di un pasto caldo.

A diciassette anni ho già acquisito questa abitudine da proiezionista consumato. Dopo la partenza del terzo spettacolo approfitterò del momento di quiete per consumare la mia cena.

Tutto è iniziato qui, cinque anni fa. La porticina della cabina di proiezione dava sul cortile del circolo ricreativo dove mio padre trascorreva i suoi momenti liberi dopo il lavoro; a volte andavo a trovarlo e quella piccola porta attirava spesso la mia attenzione. Veniva da lì uno strano rumore continuo composto da tanti scatti, ventiquattro al secondo. Sapevo che  in quella stanzetta l’uomo che si aggirava intorno a una strana macchina era il mago delle illusioni, quelle illusioni che venivano pagate al prezzo di un biglietto acquistato presso la grande entrata.

Un giorno mi feci coraggio, salii quei cinque gradini ed entrai nella stanza magica senza bussare. Il Signore della stanza magica rimase stupito nel vedermi, un adolescente magro con i capelli in disordine e gli occhi verdi pieni di meraviglia.

“E tu cosa ci fai qui”?

“E’ vero che quello è il film”? dissi indicando le bobine che scorrevano nel proiettore.

Il Mago sorrise.

“Sì, questo è il secondo tempo. Quell’altro è il primo” mi disse indicando un tavolo di marmo su cui erano fissati due bracci sui quali si trovavano due bobine. Quello con la bobina vuota recava una manovella.

“Perché è lì”?

“Perché è al contrario, la fine è al posto dell’inizio; è stato appena proiettato. Quindi ora bisogna rigirarlo”.

Detto questo, iniziò a girare la manovella riavvolgendo il film.

“Posso provare io”?

Smise di girare, mi guardò per un attimo e mi disse “sì, dai, prova, ma fai piano”.

Mi sentii grande, anche se verso la fine , quando quasi tutto il film era passato nella bobina con la manovella, la fatica cominciava a farsi sentire, ma soprattutto ero contento perché di lì a poco il frutto del mio lavoro sarebbe stato proiettato sullo schermo.

Nelle settimane successive cominciai a frequentare regolarmente quel posto. Al proiezionista non dispiaceva la mia presenza; in fondo il mio “rigirare i tempi” (si diceva così) lo sollevava da un po’ di fatica. In cambio, ogni tanto, mi svelava qualche segreto del suo mestiere. Per quattro anni quella fu la mia oasi di tranquillità rispetto alla scuola, alla casa, alla mia scarsa propensione a socializzare con i miei coetanei.

Mi trovavo bene a respirare l’ambiente di chi lavora in giorni ed orari anomali, eravamo una specie di famiglia. Pino e Mario, gli studenti universitari che si occupavano della cassa, Luigi, il vecchio strappabiglietti che arrotondava la pensione, Peppe,il gelataio che portava la sua cassetta zoppicando, con la  voce squillante che annunciava il suo ingresso in sala ad ogni intervallo.

Quando compii sedici anni il proiezionista vinse un concorso e diventò ferroviere. Il posto quindi rimase vacante. Io non avevo né l’età né l’abilitazione per esercitare da solo questo lavoro, però questi requisiti fortunatamente li aveva… il parroco! Sì, perché quella era una sala parrocchiale aperta solo tre giorni a settimana ed era poco appetibile come impiego definitivo per un professionista della cabina. Mi proposero di rimanere e di essere stipendiato, il parroco si sarebbe fatto vedere ogni tanto ma io sarei stato il nuovo Mago della proiezione.

Torniamo alla mia cena riscaldata. Il terzo spettacolo sta per terminare, carico il primo tempo sul proiettore, faccio scoccare l’arco voltaico alcuni minuti prima dell’inizio dell’ultimo spettacolo. La voce di Pino che proviene dalla cassa mi dice di aspettare a partire perché ancora non è stato venduto neppure un biglietto. A quel tempo non era una cosa usuale, soprattutto il sabato sera, ma quel sabato era diverso. La mia oasi mi aveva estraniato dal clima dei tre giorni precedenti.

Ancora cinque minuti, ci rendiamo conto che è inutile attendere oltre. Torno in cabina, spengo il proiettore, ci ritroviamo tutti nell’atrio, in silenzio abbassiamo la saracinesca. Anche questa sera siamo in strada, immersi nella stessa atmosfera delle due sere precedenti, le vie quasi deserte, qualche macchina della polizia. Ci rendiamo conto che nessuno oggi ha voglia di distrarsi. Tre giorni fa, a due chilometri da qui, è accaduto qualcosa che segnerà la storia del nostro Paese. Cinque uomini a terra e uno caricato a forza su un’automobile.

Camminando vediamo dalle finestre la luce intermittente dei televisori, molti si domandano dove sarà quell’uomo, ma soprattutto cosa succederà ora.

Paolo DI Virgilio

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