La dodicesima puntata. 27 luglio 1993, Roma, Arena Nuovo Sacher. Notti di stelle cadute

L’Arena Nuovo Sacher è un cinema all’aperto stabile costruito durante il fascismo come luogo di intrattenimento estivo. E’ situata nell’area esterna, alla destra della sala cinematografica; vi si accede dallo stesso atrio del cinema passando attraverso una grande vetrata. L’arena ha la forma di un anfiteatro e la cabina di proiezione è una gabbia di cemento posta al centro dell’anello più alto. Sul lato destro, poco più avanti c’è un vecchio fico che da ancora buoni frutti, talmente abbondanti da farci rischiare un meritato mal di pancia in più di un’occasione. In realtà ci sono diversi alberi da frutto tra cui un albicocco nel cortile davanti all’entrata.

Qualche settimana prima, quando la proiezione era ancora al chiuso, le albicocche erano giunte a maturazione, così in un noioso pomeriggio di inizio estate presi la lunga scala del quale ogni cinema era dotato e salii per cogliere i frutti più in alto. Stavo compiendo soddisfatto questa operazione quando Nanni parcheggiò la Vespa e notò la mia presenza tre metri sopra di lui.

Fece finta di nulla e attraversò il cortile. Giunto sulla scalinata, poco prima della porta, si girò verso di me e squadrandomi mi disse: “Paolo, ma se tu cadi da quell’albero c’è qualcuno in grado di terminare le proiezioni?”

La cosa lì per lì mi divertì, ma mi fece anche riflettere su cosa potesse sottintendere: il pubblico pagava per vedere il film, lui pagava me per proiettarlo, quindi il mio posto non era in cima a un albicocco.

Tacitai la mia coscienza dividendo il raccolto con i colleghi.

Il vantaggio per un proiezionista di lavorare in un’arena è che ci sono solo due proiezioni serali, lo svantaggio è che bisogna montare due film al giorno, operazione faticosa in un piccolo ambiente esposto al sole di luglio.

Oggi sono venuto intorno alle sei e mezza, e prima delle otto i due film erano pronti.

Mi siedo fuori dalla cabina sulla mia poltrona da regista a contemplare le sedie ancora vuote.   Sono azzurre, ma i  riflessi del sole che volge al tramonto le fanno sembrare rosse.

L’anno scorso proprio qui ci fu un fuori programma.

Nanni venne con una troupe essenziale e ripetemmo davanti alla cinepresa un dialogo che era avvenuto realmente qualche mese prima.

Era il periodo dell’uscita di “Garage Demy” di Agnès Varda, un omaggio a suo marito Jacques, delicato come la minuta signora francese, che presenziava alla prima  italiana del suo film.

“Nanni, ma quella è Agnès Varda! Ti rendi conto?”

“Lo so, è nostra ospite… “

“Ma lei non è solo una regista, è l’ultima persona rimasta che sa tutta la verità su Jim Morrison!”

“Cioè?”

“La sera prima della sua morte, Jim Morrison era a Parigi con la sua compagna Pamela, Jacques Demy e sua moglie Agnès Varda.”

“Quindi?”

“Morì durante la notte, fu sepolto alcuni giorni dopo e la notizia venne data solo successivamente. Solo tre persone erano presenti”

“E con questo?”

“L’unica rimasta in vita è lei. Non ha mai voluto parlarne con nessuno e questo probabilmente ha alimentato molte leggende. Lei è la sola su questa Terra che sa la verità sulla morte di Jim Morrison!”

Zoom su me e Nanni.

Seppi in seguito che questa fu una delle tante scene girate e non incluse nel montaggio finale del suo “Caro Diario”.

Non so perché, ma non me ne dispiacqui.

Entra il pubblico.

Scorgo Olga, che era stata la mia insegnante di lettere alle scuole superiori. Fu lei che fece nascere in me l’amore per la letteratura, compagna fedele delle giornate trascorse nella cabina del cinema Farnese.  In classe, ogni tanto, Olga ci raccontava di suo nipote, giovane cineasta.

A me capitò di proiettare il suo primo film in sedici millimetri, “Io Sono un Autarchico”. Ora ci siamo ritrovati qui.

Il ragazzo del bar con il suo vassoio gira tra il pubblico.

Due anni fa, prima dell’inaugurazione dell’arena, Nanni ci convocò per mettere a punto tutti i dettagli. Ad un certo punto fece sedere me, Fausto, Paola e Fabia in punti distanti tra loro. Ci fece portare un sacchetto di patatine ciascuno e ci chiese di mangiarle. Lo scopo era capire quanto la masticazione di cibi croccanti nonché il maneggiare il sacchetto che li conteneva potesse recare fastidio durante la proiezione. Provammo tanto in silenzio, quanto con la proiezione in corso. Fu stabilito che i pop-corn sarebbero stati meno rumorosi. L’episodio, di per sé, fu divertente, ma anche in questo caso portò a una riflessione: la libertà di mangiare un sacchetto di patatine finisce nel momento in cui inizia a disturbare il mio vicino.

Inizia la proiezione di Ombre Rosse.

Al termine del film, una parte del pubblico esce, mentre lo zoccolo duro dei cinefili più incalliti rimane. Inizia Il Mistero del Falco.

La maschera di Humphrey Bogart invade lo schermo.

Un boato risuona nell’aria, ma non fa parte del film.

Lo spettacolo va avanti, mando il secondo tempo. Esco dalla cabina dopo la sua partenza.

Un secondo boato, vedo il lampo in lontananza, oltre il Tevere.

Minuti di silenzio e poi tante sirene. Ormai è chiaro che è successo qualcosa di grave.

La proiezione prosegue, dopo i titoli di coda chiudo la cabina e vado nell’atrio.

Gli spettatori sono ancora quasi tutti lì, c’è un brusio anomalo; la notizia è circolata: due bombe, San Giovanni e San Giorgio al Velabro. La seconda la conosco bene.

Salgo sulla Vespa, percorro il Lungotevere; vicino piazza della Farnesina c’è il Cineporto, una delle arene dell’estate romana alla quale presto assistenza tecnica.

Spesso mi fermo qui. L’ultimo spettacolo inizia tardi e c’è un’area di ristoro dove si fa anche musica dal vivo.

Ho voglia di una birra fresca, ma tiro dritto, vado verso casa salendo per via del Monti della Farnesina.

Entro.

Silvana dorme. Osservo una foto del nostro matrimonio. E’ stata scattata nella chiesa di San Giorgio al Velabro.

Apro il frigo, la birra è qui. La bevo avidamente… Ripenso al manifesto del film in programma al Cineporto: Cartoline dell’Inferno.

Paolo Di Virgilio.

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