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SONORE

La quindicesima puntata Estate 1996, Roma, cinema Pussycat XXX - Una puntata a luci rosse

Estate 1996, Roma, cinema Pussycat                                           XXX – Una puntata a luci rosse

 

 

Otto e trenta della mattina. Squilla il telefono. Rispondo con voce assonnata. 

 

“Pronto….”

“Aho’! So’ Sarandrea. Che stavi a dormi’?”

“Beh, sì. Ieri sera ho fatto le tre per le prove al Cineporto che apre stasera. “

“Vabbè, ormai sei svejo. Me dovresti da anna’ subbito ar Pussicatte che stanno fermi.”

“Ma… a quest’ora?”

“Quelli apreno fra poco. E’ ‘n cinema a luci rosse, vicino alla stazzione”

“Ma che è successo?”

“S’è scassata ‘a cellula der sonoro. Ja’a devi cambia’. Quella nova già sta llì.”

 

Sandro Sarandrea è un vecchio tecnico romano che non si è mai voluto legare ad una casa produttrice di proiettori, un battitore libero, come si dice nell’ambiente. E’ famoso per essere sempre pronto a intervenire e avere sempre il pezzo di ricambio. Diventammo amici ai tempi del cinema Balduina, quando mi propose di iniziare una collaborazione che mi avrebbe portato, un giorno, a gestire la sua attività. Non me la sentii ma  l’amicizia rimase, anche quando ebbi una mia ditta e lui si era rassegnato a chiudere prima o poi la sua per sopraggiunti limiti di età. Il momento era arrivato da un pezzo, ma lui sembrava non curarsene, così spesso lo aiutavo.

 

Bevo velocemente un caffè solubile, faccio una doccia quasi fredda, prendo lo zaino con i ferri e salgo sulla vespa.

 

Arrivo a destinazione e con mia grande sorpresa vedo che il cinema non solo è aperto, ma stanno proiettando.

Mi accoglie un arabo con una vistosa cicatrice sul volto. E’ gentile e parla perfettamente italiano. E’ una sorta di factotum, cassiere-direttore.

 

“Ti manda Sarandrea?”

“Sì, ma mi ha detto che eravate fermi, invece state proiettando”

“E’ vero, un proiettore funziona, ma l’altro no”

“E allora qual è il problema, che urgenza c’era?”

“Il problema è che con un proiettore solo bisogna fare l’intervallo, e qui non ci sono abituati. La luce in sala viene accesa solo alla sera per la chiusura.”

 

Non capisco. O forse sì. Comunque ormai sono qui e mi adeguo.

 

Entro in cabina. L’anziano proiezionista in disarmo mi saluta con un cenno. Effettuo l’intervento e faccio partire il proiettore senza test. Funziona, ma il suono è opaco. Colpa del segmento di lettura che non è allineato né a fuoco. Empiricamente, come feci a Viterbo, cerco di tararlo con l’ausilio dell’altoparlante monitor al massimo volume.

 

Squilla il telefono. E’ Silvana che è al mare con Alessio. Rispondo incurante del sottofondo. Dall’altra parte mia moglie ascolta sospiri e gemiti di passione che precedono la mia voce.

 

Mi affretto a spiegarle che sono in un cinema a luci rosse per un intervento. Il rumore del proiettore che somiglia a quello di una mitragliatrice conferma il mio alibi.  Sbotta a ridere.

 

Guardo dalla finestra di proiezione e noto che l’immagine sullo schermo è tutt’altro che luminosa e per niente uniforme. Estraggo dalla borsa  le apposite chiavi e regolo lo specchio. Il risultato è eccellente. Almeno così credo. Dopo pochi minuti sale l’arabo che mi dice che c’è troppa luce in sala.

Non capisco, o forse sì, ma mi adeguo. 

Abbasso l’alimentazione della lampada.

Ora va bene.

 

Scendo nei pressi della cassa e scambio due parole con il direttore-cassiere- factotum.

 

Gli chiedo se ha senso tenere il cinema aperto la mattina per poche persone, lui mi dice che non sono affatto poche, e che al momento ci sono un centinaio di spettatori. Mi domando che tipo di pubblico possa essere quello che a quest’ora si reca in un posto del genere. La risposta arriva da sola osservando le persone che acquistano il biglietto: l’impiegato di mezza età in giacca e cravatta, il ragazzo straniero dall’abbigliamento sportivo, il pensionato dimesso che si guarda intorno con particolare circospezione. Tutti rigorosamente uomini.

 

Ad un certo punto un altro arabo, più giovane, passa oltre dicendo:

“ Vado in sala a prendere le ordinazioni”.

“Le ordinazioni?”

“Quello è mio fratello, qui c’è gente che è entrata un’ora fa e rimarrà fino a tardi. Dovrà pur pranzare. Lui li conosce tutti e loro conoscono lui”

 

Poco dopo esce e quindi ritorna con due buste di panini accuratamente incartati.

 

Saluto e me ne vado.

 

Metto in moto e penso.

Penso a questo mondo a parte che ho appena conosciuto, a come le cose a volte siano il contrario rispetto a come siano abituati a vederle.

 

Lì tutto è in funzione di incontri fugaci, approcci occasionali con sconosciuti in una sorta di generale complicità che non ammette elementi estranei.

Altrove, in un cinema normale, avviene l’opposto. Più di una volta mi è capitato di dover intervenire in sala cogliendo sul fatto molestatori abituali di minorenni o donne sole.

La prassi era: un invito perentorio a seguirmi, proteste, rassegnazione, corridoio verso l’uscita di sicurezza che doveva apparire all’indesiderato di turno come una sorta di via crucis.

 

Ognuno al suo posto.

 

 

Paolo DI Virgilio

 

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