La quinta puntata. Dicembre 1987, Roma, Cinema Balduina. Il Caso e la statistica

Ho da pochi mesi finito di servire la Patria. Saputo del mio congedo Lino, uno dei miei maestri proiezionisti presso la prima sala parrocchiale, mi ha condotto dal suo direttore-capo del personale, il signor Zignani, persona d’altri tempi, di grande rigore morale, insomma un uomo tutto d’un pezzo.

“Ecco, questo è il ragazzo che le dicevo. E’ giovane ma ha già più di dieci anni di cabina come effettivo e, soprattutto, in caso di necessità sa tenere in mano un cacciavite,”.

“Anche un saldatore”, pensai io, con la mia supponenza di proiezionista diplomato perito industriale.

“Bene, Lino, se lo dice lei mi fido. Gli facciamo fare quindici giorni di prova e, se tutto va bene, rimane con noi. Lo mandiamo al cinema Balduina dove il vecchio proiezionista tra pochi giorni andrà in pensione”.

Questo accadeva circa un mese fa.  Ora eccomi qui, col mio contratto a tempo indeterminato e un vecchio cinema da mandare avanti.

E’ grande, il Balduina, ma un po’ in disarmo.

Siamo nel periodo della prima crisi delle sale cinematografiche: l’avvento delle tv private e, successivamente,  del videoregistratore ha convinto molti a rimanere a casa per vedere stancamente film vecchi e nuovi su uno schermo piccolo e decisamente non paragonabile a quello cinematografico.

Anche qui, come nel cinema S.A.R.V.A.M., mi sono dovuto dare un gran da fare per ripristinare una proiezione degna di tale nome. Il vecchio operatore non aveva più voglia di fare la dovuta manutenzione e la società che gestiva le sale non aveva inteso spendere denaro per ammodernarle. “Con questo calo di spettatori non è conveniente sostenere particolari spese”, dicevano.

Il mio occhio tecnico mi faceva rendere conto che questo era un gatto che si mordeva la coda. E’ vero che la qualità del VHS, vista su un televisore dell’epoca, non avrebbe mai potuto competere con quella di una vera proiezione cinematografica. Ma quante vere proiezioni erano rimaste, in città?

Schermi vecchi, proiettori privi di manutenzione, lampade annerite e poco luminose, altoparlanti gracchianti. Questo era il  desolante quadro di molti cinema in quegli anni.

Rendendomi conto che il mio posto a tempo indeterminato non sarebbe durato a lungo in questa situazione, e dando libero sfogo alla mia propensione a esercitare nelle cabine cinematografiche quanto appreso a scuola, mi rimboccai di nuovo le maniche e feci quello che avevo fatto nel cinema della caserma.

Revisionai completamente i proiettori e poi passai al suono. Nel sistema di amplificazione vi era un apparecchio che, all’epoca, sarebbe stato il sogno di qualunque appassionato di alta fedeltà: un equalizzatore grafico a dieci bande, ahimé non utilizzato! Per i non addetti ai lavori è un controllo di tono molto sofisticato che, anziché avere solo la regolazione dei bassi e degli acuti, ha (in questo caso) la possibilità di intervenire su dieci porzioni dello spettro udibile. In parole povere, bassi profondi, bassi, medio-bassi, medio-alti, medi, eccetera.

Normalmente la taratura di un impianto dotato di questo dispositivo va fatta con un apposito strumento. Non ne disponevo. Però avevo buon orecchio, così trascorsi diverso tempo salendo e scendendo le scale tra la cabina e la sala per cercare di ottenere il suono migliore. In realtà non mi accontentavo mai di quello che avevo ottenuto; solo alcuni anni dopo imparai che  per avere nella sala di proiezione il suono “perfetto”, cioè uguale a quello pensato dagli autori e realizzato nelle sale di mixaggio, si deve usare l’analizzatore di spettro

Questo mio saliscendi diventerà una costante negli anni; mi piaceva vedere e rivedere il film, con poche o molte persone, studiare l’effetto che faceva la stessa scena in situazioni diverse, con pubblico diverso, con regolazioni diverse. Imparai che anche piccole variazioni tecniche possono provocare reazioni completamente differenti nello spettatore., ad esempio enfatizzare certe frequenze basse crea maggiore tensione, un suono non corretto sulle frequenze del parlato, pur rendendolo più intellegibile, può creare un affaticamento inconscio con conseguente calo di attenzione.

Questo mio “vizio” di cercare sempre la regolazione migliore mi faceva sentire autorizzato a farlo frequentemente anche  sul televisore di casa, dove non c’era pubblico pagante e quindi mi sentivo libero di intervenire anche a programma iniziato, con conseguenti malumori da parte della famiglia.

Il cinema Balduina era una prima visione di quartiere, la sala aveva una capienza di ottocento posti, l’architettura era molto curata, in pieno stile anni sessanta, ma dalla sua costruzione aveva avuto pochi, o forse nessun miglioramento.

I miei colleghi, Eleonora, la cassiera nubile prossima alla pensione, e Enzo, la maschera tuttofare, erano da tempo integrati perfettamente nella struttura.

Come in tutti i cinema di quartiere, vi era un pubblico abituale ma anche una fauna altrettanto abituale di personaggi che amavano trascorrere tempo nell’atrio facendoci compagnia. Uno di questi era davvero particolare, era stato un assistente universitario di storia del cinema, ormai in pensione e, anch’egli celibe, amava trascorrere intere serate con noi. Non seppi mai il suo vero nome, per noi era “Il Professore”, un uomo minuto che all’aspetto ricordava Albert Einstein. Indossava sempre un vecchio impermeabile bordeaux, parcheggiava la sua Alfasud, anch’essa vecchia e anch’essa bordeaux, sulla piazza e lentamente, attraversando il grande atrio, ci raggiungeva.

Il Professore aveva due soli interessi, il cinema, cela va sans dire, e il gioco del lotto. Non poteva essere considerato un giocatore compulsivo, in quanto a lui non interessava particolarmente l’entità di una eventuale vincita, quanto piuttosto il trascorrere l’intera settimana a fare complicatissimi calcoli statistici per cercare delle possibili combinazioni vincenti. Da bravo tecnico, per giunta appassionato di matematica e statistica, nonché pieno di presunzione scientista, sorridevo di questa sua mania perché, mi dicevo, un numero ha una possibilità su novanta di essere estratto, punto. Di conseguenza ero convinto che qualunque calcolo fosse inutile. Una sera mi balenò il dubbio che sì, era così, però era anche vero che proprio in virtù di questo, i novanta numeri sarebbero prima o poi usciti tutti. In poche parole, cominciai a prendere in considerazione l’idea che dal caos veniva generato un ordine.

Questa riflessione mi sconvolse più o meno come sconvolse il protagonista di un romanzo di Musil quando ebbe a che fare con i numeri immaginari. Per la verità i numeri immaginari sconvolsero anche me quando lessi il romanzo nella cabina del Farnese: il fatto che non fosse determinabile la radice quadrata di meno uno mi fece prendere coscienza dell’evidenza che la nostra matematica è un modello convenzionale molto aderente alla realtà ma tutt’altro che completo.

Sono trascorsi alcuni mesi, il pubblico non si lamenta più della proiezione, anzi gradisce.

Un pomeriggio, scendendo nell’atrio trovo un anziano signore che parla con Enzo. Non è il Professore, del resto questo non è ancora il suo orario.

Mi sembra di averlo già visto.

Non mi sbaglio; quest’uomo compare anche in una delle locandine dei film di prossima programmazione appese nell’atrio, nella foto è vestito da sacerdote e agita una campanella.

Enzo si rivolge a lui: “Ecco, Signor Leopoldo, questo è Paolo il nostro proiezionista”.

“Giovanotto, lei lo sa che quel film”, dice indicando la locandina, “parla del suo mestiere”?

Effettivamente ne avevo sentito parlare ed ero curioso di vederlo.

Paolo Di Virgilio

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